Il tè con Lina
 
Visita il sito ufficiale di Lina Sotis linasotistranquilla.it Pensieri e commenti di Lina Sotis: Il tè con Lina...
 
 
LINA SOTIS Il terzo uomo più ricco del mondo

Vi voglio raccontare una bella storia che ha l’aria di non sembrare vera. E invece lo è. Il soggetto è l’oracolo di Omaha, conosciutissimo in America perché gli ultimi presidenti americani gli chiedono udienza per avere delle dritte economiche. Ci sono poi signori miliardari di tutto il mondo disposti a pagare 2 milioni di dollari pur di cenare con lui ed avere qualche consiglio. Il signore ha compiuto in questi giorni 80 anni. In America gli hanno fatto gli auguri tutti i giornali e le televisioni e anche i TG italiani gli hanno dedicato una manciata di minuti. L’oracolo di Omaha, che è il terzo uomo più ricco del mondo, vive ancora nella casa che si comprò con il mutuo quando stava facendo i primi passi nella finanza. Beve solo Coca-Cola, che è sua, e ha una macchinetta piccola piccola. Non sa cosa sia uno yatch o un jet privato. E’ un uomo saggio e aperto, così dice chi lo conosce, ma la sua particolarità sta nel fatto che dà il 90% dei suoi proventi in beneficienza. Il suo più grande amico è Bill Gates, che ha seguito la sua scia. Alla sua festa di compleanno, in famiglia, con gli amici più fidati, il signor Buffet si è prefisso una meta: convincere i grandi miliardari a fare quello che ha fatto lui. Ed è per quello che si sottopone alle cene. “Dando si vive meglio” ha detto. Ha convinto di questo anche i due figli a cui ha lasciato da vivere decorosamente ma ha insegnato che non si eredita. Questa nuova ventata di vita ci arriva dritta dagli USA. Mister Buffett è riuscito a convincere molti miliardari che la via del dare porta più tranquillità della via dell’accumulare. Secondo voi, i nostri miliardari – qualcuno ha anche pagato la cifra per andare a cena con Buffett – sapranno seguire quella scia? Voi, se foste trilionari, come vi comportereste? Cosa ne pensate di non ereditare ma di condividere?


ELENA DRAGONI Nel web a voce alta

Oggi si parla tanto e ci si ascolta poco. Ci si urla addosso, ci si accapiglia, si ribatte, si alza la voce. E’ così la scena politica, lo spettacolo, la televisione, spesso il lavoro. Questo avviene in un mondo di grandi (nel senso anagrafico), in una società come quella italiana dove gli spazi, fisici e creativi, dei giovani sono ristretti, schiacciati, asfittici. Spiragli da scovare con molta fortuna e ancor più determinazione, e poi difendere con le unghie e con i denti.
Ricordo come una delle cose più brutte dell’adolescenza il sentirmi ripetere, tanto spesso: “Cosa ne vuoi sapere tu? Sei una bambina ancora…” Se in parte era vero, supponevo che crescendo, allora, avrei a buon diritto espresso opinioni che sarebbero state ascoltate, accolte, ripensate. Prima o poi sarebbe, per forza, venuto il momento in cui sarei stata “abbastanza grande per parlare”.
Be’, ho 27 anni e ancora faccio tanta fatica a sentirmi ascoltata nel senso pieno del termine. Poche le persone, pochissime le situazioni (intendo quelle esterne, ovviamente, alla mia schiera affettiva) in cui percepisco di essere presa in seria considerazione per un qualsiasi confronto, scambio, opportunità. E’ perché sono giovane? Benissimo, a maggior ragione ho bisogno degli altri per imparare. E’ perché non alzo la voce? Non dovrebbe essere necessario, mai.
Essere giovani oggi vuol dire anche doversi guadagnare uno spazio di voce e di ascolto.
Per questo amiamo il web, Facebook, i social network: ci accolgono senza farci domande, offrendoci orizzonti illimitati di comunicazione. Possiamo essere veri, insicuri, fallaci quanto ci pare e piace, e dire tutto quello che ci passa per la testa. Il web è un’enorme piazza in cui tutti hanno la stessa voce, indipendentemente dal cognome, dalla faccia e dal conto in banca. I nostri spazi li troviamo qui. I giovani sono qui, nel web.
Mentre fuori, spesso, parlano di noi senza avere idea, senza sapere come siamo, cosa vogliamo, in cosa crediamo. E se proviamo a ribattere, a bassa voce – perché poco spazio vuol dire poca voce – puntano il dito. Possono zittirci sempre e comunque.
Se non convertiamo i grandi al web, e loro non tornano a darci spazio, finiremo per non ascoltarci più. Oppure per continuare a parlarci addosso. Loro, ad alta voce.
 


 
 
 
  Cerca nel sito

Prima Pagina
PUBBLICITA'
 
 
Contatta la redazione Disclaimer & Privacy Advertising & Media
Credits - Famebridge