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| martedì 30 marzo 2010 |
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| ANTONIO CALABRO' Scrivere di sé |
| Un grande giornalista scrive la sua vita. A voi piacerebbe scrivere un libro sulla vostra o in generale scrivere un libro? A Joelle, 15 anni, sì. |
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Cara Lina,
dopo alcuni libri dedicati all’economia, adesso, con il mio “Cuore di cactus” (Sellerio), ho provato a scrivere di me. Una sorta di diario in pubblico di un giornalista che da Palermo a Milano ha attraversato e raccontato quarant’anni di storie del nostro Paese. C’è molta Sicilia, in quelle pagine, e molto Nord, con la fatica di chi, proprio lì, ha provato a costruirsi una nuova dimensione di vita. Scrivere di sé, credo, vuol dire mettersi in gioco, allo scoperto. Confessare che “un uomo è i libri che ha letto, i maestri che ha avuto, gli amici che ha scelto, le donne che ha amato”, e darne conto. Non lasciare spazio all’arroganza del sé protagonista, ma semmai provare a identificare, con attenta umiltà, cosa e quanto, delle vicende personali, possa andare oltre i fatti privati e le ricostruzioni generazionali, per parlare all’intelligenza del cuore di diversi lettori. Ho scritto di me perché ero di cattivo umore e avevo bisogno di mettere ordine, redigendo coerentemente parole, in un conflitto di emozioni. E come succede a chi “ha mangiato pane e politica” fin da ragazzo, i fatti privati si sono impastati con gli avvenimenti pubblici. Non so quale ne sia il risultato, in qualità di racconto. Aspetto il giudizio dei lettori, con cui ho aperto un dialogo: www.facebook.com/cuoredicactus
A te, adesso, chiedo ospitalità per cercare di capire, anche dalle risposte di chi ti legge, cosa voglia dire scrivere di sé, rivelarsi, confessarsi, mettersi in gioco con le parole. Con quanto narcisismo? E con quanta voglia di parlare e soprattutto di essere ascoltati in un mondo sempre più sordo e frettoloso. Che ne pensi, cara Lina, tu che di scrittura sei maestra quotidiana? E che ne pensano i tuoi lettori?
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Antonio Calabrò

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| Commenti |
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| E' bene parlare di se stessi. Al mondo d'oggi questo è il problema: nessuno riesce a parlare di se stessi e delle proprie emozioni, esperienze, sensazioni, sogni. Peggio ancora, nessuno ti ascolta. |
| Un altro meridionale al nord |
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| Vedo, che c'è molto sud. Io sono romana e leggendo Cuore di cactus mi è venuta una voglia terribile di andare a Palermo. Com'è bello o sole! |
| Anonimo |
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| Sono lina. Mi è scappata la firma |
| Anonimo |
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| Cara Lina, caro "un altro meridionale al Nord" (ma perchè non firmare?) talvolta si è ascoltati quando si ha il coraggio di parlare con chiarezza. E se "Cuore di cactus" fa davvero venire voglia di conoscere Palermo, quante cose che potremmo dire e scrivere possono farci scoprire luoghi e persone nuove? Il peggio, sono l'ignoranza e il silenzio |
| Antonio Calabrò |
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| ci pensavo proprio qualche giorno fa. e ho concluso che io non vorrei mai scrivere un libro su di me. inanzitutto perchè qualsiasi cosa si possa raccontare su se stessi non risulterà mai interessante quanto lo è stata vissuta in prima persona. e poi perchè le più interessanti da un punto di vista letterario sarebbero le pagine più dolorose della mia vita,e non ho nessuna voglia di riviverle:sarebbe una cosa pericolosa |
| camomilla |
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| Ci sono storie private che riescono a essere metafora di storie collettive. E la scrittura, talvolta, aiuta a mettere ordine anche nel dolore, nella fatica, nel disagio. "Cuore di cactus" è stato anche questo
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| Antonio |
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| no,cara camomilla(ma che bellissimo nome,fosse vero?non potrebbe essere pericoloso,ma curativo sì,e tu cerchi di sfuggire a questa cura pericolosa.testa sotto la sabbia come gli struzzi,no?mi ricordi(con tenerezza)una delle mie figlie. |
| antonellas |
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| mi ricordo del mio viaggio di nozze a palermo,tutto questo calore,ma locali e grandi strade vuoti,di sera.era pericoloso,35 anni fà. |
| antonellas |
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| Non ho letto il libro ma: è giusto che nel racconto di noi entrino anche i nostri familiari? Il ritratto che si fa di loro quale spinta rispecchia? |
| Marco Sostegni |
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| Ognuno di noi è un'eredità. E una speranza. I nostri genitori. I nostri figli. Scrivere di sè è sempre un punto vi vista. E i familiari ne sono orientamento essenziale. Da vivere con distacco. E, insieme, con amore. |
| Antonio |
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| La penso come Marco, è giusto coinvolgere familiari,amori, figli in delle pagine che tutti possono leggere e interpretare a loro modo? |
| glauco |
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| Mi è piaciuta la sua risposta sig. Antonio "scrivere di sè è sempre un punto di vista". Quando le ho scritto la domanda pensavo a recenti querele di un padre al figlio giornalista, la mia riflessione nasce dalla lettura di un articolo di Paolo di Stefano qualche settimana fa sul Corriere. Grazie
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| Marco |
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| Scrivere di sè e degli altri, anche delle persone che ci sono più vicine, i familiari, gli amici, non vuol dire mettere in piazza segreti, violare il diritto al privato, ma usare parole rispettose per raccontare storie in cui altri possano ritrovarsi e grazie alle quali riflettere. Ripeto: con molto rispetto. |
| Antonio |
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| io non ho ancora letto il libro ,ma l ho ordinato perchè alcune frasi delle sue pagine,pubblicate su fb,mi fanno pensare che vi ritroverò la parte migliore della mia sicilianità... |
| visanimi |
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| Dalle risposte deduco che fra noi ci sono pochi aspiranti scrittori. Peccato razza dannata ma mirabile |
| Anonimo |
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| Io sono un aspirante scrittore ma mi fermo con la scrittura del mio diario che tengo da 25 anni e che mi serve per capire un po' quello che mi è successo nella vita ma tutto finisce lì, non voglio che altri leggano quello che ho scritto anche se forse, dopo la mia morte qualcuno può leggere. E' una sinfonia di monotonia. |
| Monotono |
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